Il rovescio della medaglia

 

La storiografia italiana del secondo dopoguerra non ha saputo confrontarsi con tempismo e spregiudicatezza – come ha fatto invece la letteratura – con l’ingarbugliato intreccio degli anni 1943-45, uno dei periodi più difficili ed importanti della nostra storia recente. E i guasti provocati alla memoria pubblica, e non solo ad essa, da questa “latitanza degli storici” non sono stati forse meno gravi di quelli riconducibili al revisionismo tendenzioso o al disinvolto uso pubblico della storia.
Gli storici – forse per timore di scalfire un mito fatto “di sole luci” – per almeno un trentennio hanno dipinto generalmente la Resistenza come “armoniosa fusione di energie”. Esitando molto prima di spingersi ad indagare sulla violenza avvenuta in ambito resistenziale e a distinguere, nella giustizia interpartigiana, i casi, per così dire, di diritto comune da quelli di diritto politico. Cosa che non si può dire degli scrittori: basti pensare al Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno (1947), al Fenoglio de I ventitré giorni della città di Alba (1952), al Cassola de La ragazza di Bube (1960) o al Bertoli de La quarantasettesima (1961). La letteratura, insomma, ha saputo scandagliare in profondità la guerra partigiana ben prima della data-spartiacque del 1989, assolvendo a tale compito “senza lasciarsi soverchiare dal peso dell’ideologia, raccontando con una narrazione stilisticamente complessa ciò che gli storici non sono stati capaci di fare, fermi come sono stati, per quasi mezzo secolo (il classico libro di Claudio Pavone Una guerra civile è del 1991), a una narrazione volutamente semplificata o semplificatrice”* . D’altra parte, se si considera il continuo tentativo delle forze reazionarie “di negare il ruolo della Resistenza nella conquista della libertà e della democrazia nel nostro paese”**, in qualche modo si può comprendere come mai, negli anni della guerra fredda, agli storici non fosse facile ripercorrere con pieno spirito di verità quegli avvenimenti.

Sotto la coltre dell’oblio e della rimozione, è rimasta sepolta a lungo anche la vicenda del partigiano Dante Castellucci (nome di battaglia Facio), valoroso comandante del battaglione garibaldino “Guido Picelli”, la prima formazione armata parmense. Una vicenda “ingombrante”, perché difficilmente riconducibile alle rappresentazioni mitiche ed oleografiche della Resistenza. E comunque una vicenda difficilmente cancellabile, che nel dopoguerra si pensò, ad un certo punto, di “risolvere” ed archiviare, anziché con un’azione di verità, attraverso quello che si può definire, senza esagerazioni, come un vero e proprio capolavoro d’ipocrisia.
Alla memoria di Castellucci, infatti, la Repubblica Italiana conferì nel 1963 la medaglia d’argento al valor militare. Ma tale onorificenza, consegnata all’epoca all’anziana madre di Facio nel corso di una solenne celebrazione, era corredata dalla seguente motivazione:: “Valoroso organizzatore della lotta partigiana, incurante di ogni pericolo, partecipava da prode a numerose cruente azioni. Scoperto dal nemico, si difendeva strenuamente; sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto. Esempio fulgido del più puro eroismo. Zona di Pontremoli, 22 luglio 1944”.
Dante “Facio” Castellucci, in realtà, combatté più volte contro le forze nazi-fasciste, distinguendosi per capacità ed abnegazione: prima in Emilia, al fianco dei fratelli Cervi, poi sull’Appennino Parmense e in Alta Lunigiana, diventando celebre soprattutto per il vittorioso, leggendario scontro armato del Lago Santo parmense del marzo 1944. Ma è ampiamente documentato, e storiograficamente indiscutibile, il fatto che sia morto, all’alba del 22 luglio ’44, non perché “ucciso sul posto” dal nemico (come recita la motivazione della medaglia d’argento), bensì in quanto fucilato per ordine di alcuni comandanti delle formazioni partigiane garibaldine spezzino-lunigianesi, dopo un arresto ed un processo-farsa celebrato da un sedicente tribunale di guerra, abusivo e illegittimo quasi al pari di una cupola mafiosa.
Che siano accaduti, durante la lotta di liberazione (come, del resto, nel caso di ogni altra guerra – tradizionale o per bande) degli episodi molto discutibili è senz’altro comprensibile, visto il contesto storico e le condizioni oggettive nei quali essa si svolse. Ma che negli anni Sessanta – cioè a vent’anni da quegli eventi – si sia potuta scrivere la motivazione ufficiale di una medaglia in memoria di un partigiano violentando deliberatamente la verità storica, appare davvero inaccettabile.
E’ stata questa considerazione, legata ad un forte moto d’indignazione, che mi ha spinto ad indagare oltre il “capolavoro d’ipocrisia” di quella medaglia menzognera; ad avviare la ricerca su Facio e sulla sua “doppia uccisione” (l’una eseguita col piombo della fucilazione, l’altra con l’argento della medaglia); a documentare le tappe fondamentali della sua vita e della sua morte oscura e censurata. Ciò nella consapevolezza che – come ha scritto Luigi Micheletti – “la ricerca anche dolorosa della verità fa acquistare valore e prestigio alla lotta partigiana. Le ridà un senso agli occhi e alla mente delle generazioni che non l’hanno conosciuta per esperienza diretta, che non ebbero l’onere e l’onore di dover scegliere”.
Nato nel 1920 a Sant’Agata di Esaro (in provincia di Cosenza), dal 1922 al ‘39 Dante Castellucci vive e si forma in Francia, dov’è emigrato piccolissimo con la famiglia. Quando rientra in Calabria scrive e parla correttamente in francese ed ha una buona formazione culturale: si qualifica come democratico; ama la pittura, la musica e la poesia e si sente più francese che italiano. Chiamato a svolgere il servizio di leva allo scoppio della seconda guerra mondiale, sarà presto inviato proprio sul fronte francese. Tornerà a Sant’Agata, in convalescenza, verso la fine del 1940. E vi farà un incontro decisivo, non solo per le sue scelte politiche ma per tutta quanta la sua vita: quello con Otello Sarzi, di due anni più giovane, attore girovago e in seguito celebre burattinaio, inviato al confino in Calabria perché antifascista.
Tramite Sarzi, la tragica vicenda del giovane Castellucci (quando viene ucciso egli non ha ancora compiuto 24 anni) s’intreccia profondamente con quella dei fratelli Cervi; e con il loro mito: forse il più vivo e possente dell’intera Resistenza italiana. Infatti, nel 1943, Otello mette in contatto Dante con la famiglia Cervi, la cui cascina dei Campi Rossi (situata tra Gattatico e Campegine, nel Reggiano) è divenuta un centro clandestino di assistenza e cospirazione antifascista. Nel luglio di quell’anno, il soldato Castellucci (che aveva partecipato alla campagna di Russia, rientrando in Italia nel dicembre ’42, dopo esservi stato ferito) decide di abbandonare definitivamente l’esercito; e dopo l’8 settembre diventa il braccio destro di Aldo Cervi quando il gruppo armato messo insieme dai sette fratelli si trasferisce sull’Appennino per dar vita alla prima banda partigiana del Nord Emilia. La storia di Castellucci s’intreccia con quella dei fratelli Cervi non soltanto perché egli vive e combatte a lungo con loro e con loro sarà arrestato dai fascisti nella tragica notte del 25 novembre 1943; ma anche perché – approdato anch’egli al comunismo – Dante condivide con i Cervi quelle scelte ideali ed operative che metteranno l’intera banda (che comprende molti stranieri, ex prigionieri di guerra russi ed alleati) in notevole contrasto col gruppo dirigente locale del partito.
Su questo aspetto, è quanto mai preziosa la testimonianza del dirigente comunista Luigi Porcari, il quale ricorda nel suo libro di memorie che i fratelli Cervi, per poter proseguire la guerriglia, avevano chiesto d’essere inquadrati nella Federazione comunista di Parma, poiché i dirigenti di quella reggiana, anziché aiutarli, “ne criticavano aspramente l’operato che definivano temerario e suscettibile di provocare inutili e feroci rappresaglie contro la popolazione”. Porcari (allora a capo dell’organizzazione militare comunista clandestina per le province di Parma, Reggio Emilia, Piacenza e Cremona) ricorda un episodio quanto mai importante ed emblematico per comprendere le difficoltà in cui si trovò il gruppo Cervi-Castellucci. Dopo la fucilazione dei sette fratelli, a Porcari viene comunicato dal partito comunista di Reggio che Dante Castellucci è un agente provocatore al servizio dei tedeschi resosi responsabile della cattura di Aldo, del padre e dei sei fratelli, e che, quindi, “doveva essere fucilato immediatamente”. Ma i compagni reggiani non forniscono a Porcari alcun elemento che possa suffragare un’accusa così grave; mentre, a sorpresa, si presenta personalmente al suo cospetto lo stesso Castellucci. Questi – scrive Porcari – appare “veritiero e convincente” quando racconta, indicando circostanze risultanti esatte, della cattura del gruppo Cervi e della fuga riuscita di alcuni componenti, tra cui lo stesso Castellucci (fintosi francese degaullista), sino al nuovo arresto di quest’ultimo (questa volta come ex appartenente all'esercito italiano) ed alla sua nuova fuga. Porcari decide allora di mettere alla prova Castellucci, facendolo accompagnare in montagna, presso il distaccamento partigiano “Guido Picelli”. Dove egli, per la prima volta, assumerà lo pseudonimo di Facio.
Al comandante del “Picelli”, il comunista Fermo Ognibene (“Alberto”), Porcari trasmette una disposizione tassativa: che il nuovo arrivato venga tenuto sotto stretta sorveglianza; e che, al primo movimento sospetto, venga prontamente fucilato. Castellucci si dimostrerà però – afferma ancora Porcari – un “combattente leale e coraggioso”; e quando – per l’afflusso di nuove leve partigiane – sarà necessario ripartire il distaccamento “Picelli” in due raggruppamenti, egli verrà proposto da Ognibene come comandante della nuova unità. Nel marzo 1944, poi, allorquando “Alberto” perderà la vita in uno scontro armato, Dante Castellucci – amato dai suoi uomini ed apprezzato dalle popolazioni locali – diverrà il comandante dell’intera banda “Picelli” che presto s’insedierà definitivamente nell’Alta Lunigiana.
L’ispettore delle Brigate Garibaldi che, il 7 maggio 1944, fece visita al “Picelli”, annotava nella sua relazione che “Profondo spirito d’osservazione, acutezza d’ingegno, intelligenza brillante, coraggio permettono a Facio di essere un ottimo comandante militare. Esso infatti pondera la situazione e ne osserva minutamente i particolari in modo celere e ne trae conseguenze che gli permettono di preparare piani ottimi. Gode la stima di tutti gli uomini ed è ottimo e buon compagno con tutti gli elementi del distaccamento e nello stesso tempo è capace di far sentire la disciplina… La popolazione della zona, per quel poco che ho potuto accertare, trema ed è felice all’udire pronunciare il nome Facio e lo riguarda quasi come un eroe da leggenda”.
Dal canto suo, l’ex partigiano spezzino Nello Quartieri “Italiano” (già comandante di un distaccamento del “Picelli”) afferma che “Facio insegnò la democrazia; sradicò preconcetti, ipocrisie e ignoranza; ci guidò in vittoriose azioni...; seppe conquistare la simpatia e la solidarietà dei contadini; spezzava in parti uguali il pane e l’avaro companatico; ci addestrò non soltanto ai compiti immediati della lotta armata, ma anche a quelli ugualmente impegnativi per l’organizzazione della società civile...”.
Credo che proprio all’“onesta politica” di Facio, che lo portava a privilegiare la democrazia e l’azione diretta anziché la logica e la burocrazia degli apparati, si debbano ricollegare molte delle ragioni dello scontro che egli (rimasto legato al CLN ed alla Brigata Garibaldi parmensi) dovette affrontare con alcuni dirigenti partigiani locali, quando – nel quadro della costituenda IV Zona Operativa ligure – si stavano per realizzare raggruppamenti armati di maggiore complessità, che si configuravano, anche, come centri di potere. Per generosità o per ingenuità, Facio non comprese allora pienamente (o forse non lo volle accettare, e, per questo, lo rimosse) il “salto di qualità” che stava avvenendo nel partigianato (e in particolare ai suoi vertici di comando) nel periodo giugno-luglio 1944, quello della “grande estate” dell’espansione partigiana. E finì per cadere nelle trame intessute dall’astuto Antonio “Salvatore” Cabrelli (il suo principale antagonista, più vecchio di lui di diciott’anni); al quale – malgrado le malcelate smanie di protagonismo – lo stesso Castellucci aveva affidato l’incarico di commissario politico di un distaccamento, presto staccatosi dal “Picelli”.
Cabrelli agiva da tempo in modo provocatorio, proponendosi, col “suo” distaccamento secessionista, come punto di riferimento per una costituenda brigata garibaldina, puntando ad assumere un importante ruolo di comando sia nell’organigramma di questa nuova formazione comunista che in quello della prevista Prima Divisione ligure. Facio non era pienamente consapevole di come stava evolvendo la situazione; ma, oggettivamente, era un concorrente assai scomodo, non solo perché legato a Parma, ma soprattutto perché – per via del suo naturale carisma – godeva della stima delle popolazioni locali e della fiducia dei suoi uomini.
Le ambizioni personali, insomma, ebbero grande gioco nel determinare il clima e i comportamenti che avrebbero portato all’eliminazione di Facio. Ma se l’astuzia e la determinazione di Cabrelli riuscirono a raggiungere lo scopo, ciò si deve anche al fatto che egli, tra i militanti comunisti spezzini che operavano nell’Alta Lunigiana, trovò collaboratori disposti ad assecondarlo. E quegli uomini (che avevano grande potere, poiché guidavano il processo che avrebbe portato alla costituzione del Comando unico di zona) concorsero non meno di Cabrelli ad eliminare fisicamente chi appariva come un ostacolo al raggiungimento dei loro obiettivi.
Il 21 luglio 1944, nei pressi di Adelano di Zeri (in provincia di Apuania, oggi Massa Carrara), Facio venne attirato con l’inganno nella sede di comando di un’altra formazione garibaldina, dove erano riuniti i vertici partigiani di diverse unità operanti nella zona. Qui giunto, il comandante del “Picelli” venne subito disarmato e violentemente percosso: una scena che alcuni testimoni oculari hanno definito “disgustosa” e che provocò l’immediato abbandono della riunione da parte dei comandanti delle formazioni non garibaldine. Quindi, con l’accusa pretestuosa di essersi impadronito di alcune armi di un lancio aereo destinato ad un’altra formazione partigiana, Facio veniva sottoposto ad un processo sommario da parte di un sedicente “tribunale di guerra” composto dai membri comunisti del comando della costituenda Prima Divisione Liguria. I quali – pronunciato un verdetto di condanna a morte – poche ore dopo fecero eseguire la sentenza in una vicina scarpata: erano le cinque di mattina del 22 luglio ‘44.
Poco prima dell’esecuzione Facio, che aveva accanto la sua compagna Laura Seghettini, scrisse un biglietto alla madre, nel quale affermava che “ha sempre cercato di agire con onore”; ammettendo che può avere sbagliato, ma certo non si sente colpevole. Anche uno dei “giurati” dell’inverosimile processo, Renato Jacopini, ha scritto che Facio avrebbe ammesso d’avere sbagliato, riconoscendo perciò ai “compagni giudici” il diritto di applicare la legge marziale contro di lui: “credendo di far bene ho fatto male e certi errori si scontano con la vita”. Forse, per questa estrema dedizione ai principi che spinse Socrate a trascurare il proprio destino individuale e a bere la cicuta, il comandante Castellucci rifiutò l’offerta generosa di alcuni partigiani di guardia di coprirgli la fuga ed affrontò serenamente il plotone d’esecuzione. Egli si sarebbe convinto, insomma, d’essere incorso in un “errore politico”. Elemento questo che avvalorerebbe l’idea che quello intentato a Facio sia stato uno pseudo-processo di tipo stalinista, frutto di una logica di potere, nel quale l’imputato finisce con l’accettare il punto di vista degli accusatori (e considera il suo sacrificio “comunque utile”) perché riconosce il principio che l’organizzazione conta più del singolo individuo.
Pressoché tutti i protagonisti del “processo”, compreso l’imputato, facevano riferimento al partito comunista. Ma, se è errato affermare che la fine di Facio sia stata frutto di una “congiura del partito comunista”, è d’altra parte innegabile che, con l’eliminazione del capo carismatico del “Picelli”, l’adesione coatta di questa banda parmense alle forze garibaldine spezzine permise ai comunisti di riequilibrare localmente i rapporti di forza con gli azionisti della “Colonna Giustizia e Libertà”, e quindi consentì loro di ottenere i posti di maggior responsabilità nel comando della Prima Divisione Liguria.
Apparentemente del tutto singolare e fine a sé stessa, quella di Facio è, in realtà, una vicenda esemplare, che permette di ragionare su diverse caratteristiche “strutturali” della Resistenza. Nella consapevolezza che non di rado “nel concreto processo di formazione e di selezione dei quadri partigiani, logiche di partito s’intrecciano con particolarismi di banda, con personalismi, fino a costituire una miscela, che sfocia a volte in episodi sanguinosi”. A ben leggerlo, insomma, il “caso Facio” non si staglia certo “nel vuoto”. Risulta invece assai radicato nel particolare momento attraversato allora dalla nostra Resistenza. Una fase caratterizzata dallo scontro che prende l’avvio nell’estate 1944, in seguito all’iniziativa dei partiti del CLN di assumere il comando delle bande nate spontaneamente dopo l’8 settembre e di unificarle in formazioni più grandi, con l’obiettivo di realizzare un vero esercito di liberazione sottoposto ad una guida politica consapevole. Una fase, inoltre, nella quale – per usare ancora le parole di Santo Peli – “la tendenza ad ingrandirsi a danno delle formazioni concorrenti mette a dura prova gli intenti unitari da tutti proclamati”.
In una relazione dell’agosto 1944, l’ispettore Enzo Costa (“Ferrarini”) della Delegazione Nord Emilia delle Brigate Garibaldi, definiva Facio “il più valoroso e generoso comandante di patrioti”, e rubricava la sua fucilazione, senza mezzi termini, come un “delitto oscuro e tragico”. Nell’immediato, però, nell’intensificarsi della lotta partigiana, nessuno dei responsabili di quel delitto fu rimosso (Antonio Cabrelli e Luciano Scotti, anzi, realizzeranno le proprie ambizioni divenendo rispettivamente commissario politico e capo di stato maggiore della Prima Divisione Liguria). Poi, dopo la Liberazione, la compagna di Facio ed altri ex partigiani del battaglione “Picelli” tentarono inutilmente di avviare un processo a carico dei responsabili di quell’assassinio. Finché l’amnistia del 1947, facendosi interprete di un clima generale che spingeva a dimenticare per poter “voltare pagina”, seppellì questa vicenda nel silenzio quasi più totale.
2007, dalle pagine del mio libro “Il piombo e l’argento”, avanzavo esplicitamente la proposta della restituzione allo Stato della medaglia al merito concessa a Facio dalla Repubblica Italiana, per protestare contro il falso storico contenuto nella motivazione, e pretendere – per un eroe della Resistenza – una riabilitazione degna di tale nome. Ciò in sintonia con l’auspicio espresso da Giorgio Napolitano il 15 maggio 2006, nel discorso d’insediamento alla Presidenza della Repubblica, che invita l’Italia di oggi a ritrovarsi “superando vecchie, laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni”.
Quella proposta, per fortuna, non è caduta nel vuoto. Tra i primi si è pubblicamente schierato con essa (affinché siano cancellate “le tracce di una intollerabile ipocrisia”, e venga riconsegnata alla memoria di Facio “la motivazione che gli spetta, ristabilendo anche negli atti ufficiali la verità ad oggi negata”) il senatore Andrea Ranieri, il cui padre (l’ex partigiano Paolino “Andrea” Ranieri, più volte sindaco di Sarzana), per conto della Federazione comunista spezzina, già nel 1944 aveva redatto un breve ma significativo rapporto di condanna sugli uccisori di Facio. E così pure – tra tanti altri, persone ed istituzioni – i governatori delle regioni Calabria e Liguria; il consiglio comunale del paese natale di Dante Castellucci; l’Istituto “Alcide Cervi” e l’Istituto spezzino per la storia della Resistenza. Molto significativa (anche per le ricadute “identitarie” che la riscoperta di Facio offre alla sua regione) è stata la presa di posizione dell’on. Agazio Loiero, il governatore della Calabria, apparsa su “l’Unità” del 12 marzo 2007.
Il 22 luglio 2007, in occasione del 63° anniversario della fucilazione di Facio, la proposta di una giusta riabilitazione di Castellucci è stata ripresa e fatta propria da un significativo gruppo di storici contemporaneisti che hanno rivolto un appello in tal senso al presidente Giorgio Napolitano ed ai ministri di Grazia e Giustizia e della Difesa (la petizione è stata pubblicata integralmente sul n. 10/2007 della rivista dell’ANPI “Patria indipendente” che ha riportato anche i nomi dei firmatari, riscontrabili anche su questo sito). “La motivazione della medaglia d’argento del 1963, che definiva Facio vittima dei nazifascisti, era di un’ipocrisia insultante, e ora una petizione firmata da numerosi storici chiede all’attuale presidente della Repubblica di ritirarla, per dargli in cambio quella d’oro che gli spetta”, ha scritto, qualche giorno dopo, Riccardo Chiaberge sul “Sole 24 Ore”. Aggiungendo inoltre che “Si tratta di rimediare a un’ingiustizia... e di restituire alla Resistenza tutta la sua verità e nobiltà. Che è fatta anche di zone d’ombra, di errori e di delitti”.

Nel corso della storia dell’Italia repubblicana, forse mai come nella situazione attuale la politica e la società – afflitte da preoccupanti processi degenerativi del tessuto civile e democratico – risultano distratte e distanti dai valori resistenziali: “La festa della Liberazione, l’antifascismo, la Resistenza appaiono oggi un ingombro a non pochi di coloro che ci governano”, scriveva Mario Isnenghi alcuni anni fa. E, più di recente, non ci ha dato certo maggior conforto il tortuoso approdo all’inserimento del richiamo esplicito ai principi della Resistenza nella “carta dei valori” del neonato Partito democratico, o la mancanza di tale riferimento nel solenne messaggio pronunciato dal Presidente della Repubblica dinnanzi alle Camere riunite per celebrare il sessantesimo anniversario della Costituzione.
C’è tuttavia da augurarsi che il Presidente Napolitano – che sul caso Facio ancora non si è ancora pronunciato – si adoperi, quanto prima, per la riabilitazione di Dante Castellucci e per l’eliminazione dell’incredibile falso in atto pubblico (la motivazione della medaglia, tuttora vigente). Nella convinzione che il mancato coraggio e la mancata determinazione dimostrati finora dalle nostre istituzioni nell’indagare sulle responsabilità del processo-farsa di Adelano di Zeri e nel rigettare la motivazione menzognera della medaglia conferita a Facio, hanno portato tanta acqua unicamente a quanti sono dediti a diffamare la Resistenza.
“Va ricordata la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità, per pregiudiziali ideologiche e cecità politica…”. Così ha dichiarato il nostro Presidente della Repubblica a proposito della vicenda delle foibe.
Parole molto importanti queste che, indubbiamente, valgono anche per il caso del partigiano Facio.

 

Carlo Spartaco Capogreco

 


* A. Cavaglion, Una memorialistica mal nota, in B. Maida e B. Mantelli (a cura di), Otto lezioni sulla Deportazione. Dall’Italia ai Lager, Quaderni della “Fondazione Memoria della Deportazione”, n. 1, dicembre 2007, p. 155.

** G. Commare, La vera storia del partigiano Facio, in “Lo Straniero”, n. 95, maggio 2008.

 

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