Corriere della Sera

 

«Facio», il partigiano tradito nella memoria


Corriere della Sera del 19/01/2007  

  di Dino Messina

     
Il 19 maggio 1963, a Cosenza, tra squilli di tromba e bandiere al vento, una cerimonia rese omaggio a uno degli eroi della Resistenza, Dante Castellucci, calabrese attivo come comandante partigiano dall’estate ' 43 al luglio ' 44 tra l’Emilia, la Toscana e la Liguria. Una meritata medaglia d’argento al valor militare per un comunista atipico, iniziato alla lotta clandestina dai fratelli Cervi, protagonista di alcune azioni come la battaglia del Lago Santo, durante la quale con soli otto uomini riuscì a respingere un battaglione di un centinaio di nazifascisti. Ma dopo la lettura della motivazione, Concetta, la madre di Dante, non fece alcun commento, volle subito tornare al suo paese, Sant’Agata d’Esaro. In quelle parole c' era qualcosa che stonava terribilmente: «Valoroso organizzatore della lotta partigiana, incurante di ogni pericolo, partecipava da prode a numerose azioni cruente. Scoperto dal nemico, si difendeva strenuamente: sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto. Esempio fulgido del più puro eroismo. Zona di Pontremoli, 22 luglio 1944». Le lodi erano meritate ma più che una medaglia al valore sembrava una medaglia all’ipocrisia e alla menzogna. Perché Dante Castellucci, conosciuto come il comandante "Facio" del distaccamento Picelli, non fu ucciso dai nazifascisti, ma fucilato nei pressi del cimitero di Adelano per ordine dei suoi stessi compagni comunisti dopo un processo farsa istruito in poche ore da cinque dirigenti della costituenda Prima divisione Liguria. A questo punto si può osservare: ecco una delle tante «zone d’ombra» della Resistenza di cui ha parlato Giorgio Napolitano nel discorso d’insediamento al Quirinale. Invece la storia del comandante "Facio" ci dice molto non soltanto sulle «zone d’ombra» della lotta partigiana, ma anche su come è stata manipolata la sua memoria. Che a decidere la morte di Dante Castellucci fossero stati personaggi ambigui come Antonio Cabrelli, sulla base di accuse inventate (aver rubato il materiale di un paio di aviolanci Alleati) ma in realtà per ambizioni di carriera (mettere le mani su uno dei gruppi più efficienti della Lunigiana), nel Pci lo sapevano tutti, dirigenti spezzini e nazionali. Ma la verità non vollero mai renderla pubblica, perché troppo scomoda. A raccontare oggi per la prima volta in maniera compiuta la vicenda di Dante Castellucci è Carlo Spartaco Capogreco nel saggio in uscita il 25 gennaio da Donzelli, Il piombo e l' argento (pagine 240, 24,50). Docente all' università della Calabria, noto per i suoi studi sull' internamento fascista, Capogreco si muove su un terreno del tutto diverso dalla Grande bugia di Giampaolo Pansa, da cui prende le distanze in una postfazione. Non soltanto perché non tratta delle violenze dopo la Liberazione e riempie il suo saggio di note a piè di pagina (quasi a sottolineare un metodo scientifico che alcuni storici non hanno ravvisato nei lavori di Pansa), ma perché racconta i fatti avendo cura di evidenziare, accanto alle ombre, le luci della Resistenza. E citando a volte autori, come Roberto Battaglia, che appartengono alla vulgata di sinistra. A ciò si aggiunga che Carmine Donzelli, l’editore del libro, è schierato a sinistra. Per cui questa volta nel campo ortodosso sarà molto difficile gridare all’attentato contro la Resistenza ad opera dei soliti revisionisti. Capogreco racconta dunque la breve vita del giovane comandante "Facio", ucciso a 24 anni, sottolineando la personalità fuori dal comune di un ragazzo emigrato giovanissimo con i genitori in Francia e per questa sua esperienza, al rientro in Italia, in grado di maturare subito una coscienza critica verso il fascismo. Arruolato nel 1940, si trovò a combattere sul fronte francese, poi nel 1942 andò in Russia con l’Armir, per soli sei mesi, a causa di una malattia che gli assicurò una lunga licenza da cui non sarebbe più rientrato. La formazione politica di Dante era già cominciata in Calabria, dove aveva conosciuto l’antifascista al confino Otello Sarzi, appartenente a una compagnia di burattinai legata alla famiglia Cervi. Così, durante la convalescenza, decise di andare in Emilia: fu ospitato ai Campi Rossi, la casa tra Gattatico e Campegine, dove Alcide Cervi e i suoi sette figli avevano dato vita dal giugno 1943 a una delle prime formazioni armate della Resistenza, suscitando le critiche del gruppo operaista di Reggio Emilia. Dopo l' 8 settembre, diventò il braccio destro di Aldo Cervi. È con lui che fu catturato il 25 novembre 1943 quando la cascina venne circondata da 32 militi fascisti. Una cattura in cui ebbero un' indiretta responsabilità gli attendisti comunisti di città che fecero terra bruciata attorno a quel generoso gruppo contadino. Fingendosi francese, invece di finire con i suoi ospiti nel carcere di Reggio Emilia, Dante fu portato, con altri combattenti stranieri catturati, nella Cittadella di Parma, da cui riuscì a fuggire. Dopo l' uccisione dei fratelli Cervi, Dante dovette difendersi anche dall' accusa di doppiogiochismo. Andò in montagna. E qui cominciò la sua nuova vita partigiana: vicecapo del "Picelli", assunse la direzione del gruppo alla morte del comandante Fermo Ognibene. La battaglia del 16 marzo 1944 al Lago Santo e altre azioni lo resero un leader leggendario in Lunigiana. Il suo gruppo era uno dei più forti. Dante, personaggio romantico che vestiva con un pastrano di cavalleria e una stella rossa sul berretto, autore di poesie e commedie, era più interessato all' azione che agli intrighi politici. Gioco nel quale era invece abile Antonio Cabrelli, già sospettato di essere spia dell' Ovra, che riuscì a diventare il capo di una delle squadre del Picelli oltre che commissario politico. Le sue trame furono determinanti nella cattura e nella condanna del comandante "Facio" quando a metà luglio alcuni gruppi partigiani si contesero le armi degli aviolanci. Da subito i dirigenti comunisti e gli uomini della Resistenza non credettero alla colpevolezza di Dante, ma non fecero niente per ristabilire la verità, a cominciare da Giorgio Amendola cui si rivolse Laura Seghettini, compagna del partigiano ucciso. Nell' immediato dopoguerra Laura cercò senza successo anche di fare istruire un regolare processo contro Cabrelli e i suoi compagni di complotto. La vicenda di Dante Castellucci restò un capitolo imbarazzante della lotta di liberazione, finché non arrivò la decisione di conferire la medaglia al valore, con una motivazione che al silenzio aggiungeva la menzogna. Capogreco ricostruisce anche la storiografia di questa complicata vicenda. A parte le ricerche di Giovanni Contini e Paolo Pezzino, si tratta di studi soprattutto di carattere locale: Renato Iacopini ancora nel 1960 accreditò la tesi dei reati «inspiegabilmente commessi» da un partigiano ("Facio") «pur valoroso»; l' Enciclopedia dell' antifascismo e della Resistenza, a cura di Pietro Secchia ed Enzo Nizza, ignorò la figura del comandante "Facio" mentre dedicò lusinghiere "voci" a coloro che lo condannarono a morte: tra gli altri, Giovanni Albertini, Renato Jacopini, Luciano Scotti, Antonio Cabrelli. Nel 1978 Giulivo Ricci ristabilì la verità in uno studio dedicato alla brigata Matteotti-Picelli, ma quando si trattò di citare la motivazione per la medaglia al valore, omise la menzogna dell' «ucciso dal nemico». Ora Capogreco propone la restituzione della medaglia allo Stato per ristabilire la verità storica.

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