Patria indipendente del 08/04/2007

di Daniele De Paolis


Innanzitutto il nome di battaglia.
Cosa significa “Facio”?. Un’interpretazione immediata farebbe pensare al verbo latino facere, quindi il nome starebbe per “uomo d’azione”. Il Presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, in un intervento su l’Unità, opta invece per il nome di un brigante locale.
E un uomo d’azione è sicuramente stato il calabrese Dante Castellucci, ma anche poeta, attore, pittore e musicista. Nato nel 1920 a Sant’Agata d’Esaro, in provincia di Cosenza, cresce però nel nord della Francia, dove il padre ha trasferito la famiglia in cerca di lavoro. Alla vigilia del conflitto mondiale, mutata la politica transalpina nei confronti dell’immigrazione, il ventenne Dante, che oltralpe aveva già fatto tanti mestieri ed era riuscito anche a pubblicare una sua lirica in un’antologia poetica, fa ritorno in Calabria dove viene subito richiamato alle armi per andare a combattere proprio contro quel Paese che considera ormai la sua terra d’adozione.
Sul fronte alpino resta pochissimo e, in convalescenza, rientra a Sant’Agata dove fa l’incontro che cambierà radicalmente la sua esistenza. Conosce e si lega di grande amicizia con Otello Sarzi, modenese, artista e teatrante girovago della famiglia Sarzi Madini, di idee antifasciste e comuniste, che è confinato al suo paese.
Dopo parecchi mesi, Castellucci è spedito sul fronte russo con l’Armir ma, subito ferito, torna in Italia e stavolta, nell’aprile ’43, trascorre il periodo di convalescenza in Emilia dai Sarzi, dove partecipa, recitando e suonando, alle loro rappresentazioni viaggianti ed entra in contatto con Aldo Cervi e la sua famiglia.
I rapporti con i Sarzi e con i Cervi costituiscono per Dante una formazione intensiva alla consapevolezza antifascista e una fase preparatoria alla lotta armata. “Primo fra i primi” della Resistenza al fascismo, Dante Castellucci organizza con Aldo e partecipa a tutte le azioni dei sette fratelli. Viene arrestato con loro ai Campi Rossi dopo un’infruttuosa ricerca di rifugio presso le case di latitanza allestite dal Partito comunista clandestino. Fattosi passare per francese, viene diviso dai Cervi e rinchiuso nella Cittadella di Parma, da dove riuscirà a fuggire.
A questo punto della sua vita Dante diventa “Facio” quando, verso la fine di gennaio del ’44, approda nel distaccamento garibaldino “Guido Picelli”, da poco costituito sulle montagne del parmense. Facio si distingue per coraggio ed intelligenza strategica, divenendo in breve tempo vicecomandante e, alla morte di Fermo Ognibene “Alberto”, comandante della formazione; è lui a capeggiare un pugno di una decina di uomini nella storica battaglia del Lago Santo, al confine con la Lunigiana. Assediati da oltre un centinaio di nazifascismi provenienti dal presidio del Consiglio, i resistenti del “Picelli” riusciranno a imporre gravi perdite ai nemici, costringendoli alla ritirata.
Malgrado il grande prestigio conquistato nel battaglione, che si distingue da tutti gli altri per lo spirito di condivisione e il “socialismo umanitario” che vi regna, Facio sarà presto oggetto di invidie e bramosie di potere, soprattutto ad opera di Antonio Cabrelli “Salvatore”, personaggio ambiguamente compromesso col regime, allontanato dal Partito comunista, che riesce, però, a farsi nominare commissario politico di un distaccamento del “Picelli”. Accusato di essersi impossessato di un aviolancio non destinato al suo gruppo, di aver trattenuto una piastra di mortaio rendendo l’arma inservibile ad un’altra formazione e, ingiustamente, di aver sottratto una grossa somma di denaro, Facio viene processato sommariamente da un tribunale improvvisato dal Cabrelli, condannato a morte e fucilato all’alba del 22 luglio 1944.
Al confine tra biografia, romanzo e saggio storico, il bel libro di Capogreco ricostruisce tutta la vicenda umana, politica e militare di Dante Castellucci, sullo sfondo della nascita e dello sviluppo delle formazioni partigiane operanti sull’appennino tosco-emiliano. Cerca di fare luce sull’oscura fine di Facio, risalendo a quanti hanno già scritto di quelle vicende, alle testimonianze e ai pochi documenti esistenti.
Decorato negli Anni 60 con Medaglia d’Argento al Valor Militare, la motivazione descrive-mentendo- la sua morte eroica in combattimento. Non rende merito a Dante, artista in boccio prestato alla guerra, che dipingeva per mantenere “tra me e il mondo esteriore una specie di barriera”.
Quel nome “Facio”, ed è l’interpretazione più suggestiva, rimanda pure a un santo del calendario: il 18 gennaio ( mentre Dante si apprestava ad entrare nel “Picelli”) si festeggia San Facio, abbreviazione di Bonifacio, da bonum (buono) e fatum(destino), cioè colui che è fortunato. Facio sarebbe allora il destino senza buoni auspici, il destino sospeso. Ricorda papà Cervi: “Castellucci parla della Calabria, dei sassi e dei pastori, e dice di un frutto che noi non conoscevamo, una specie di prugna, con le spine e senza nocciolo. Sembrava un indovinello. Eppure è così, rispondeva Dante, e quando sarà finita la guerra, vi inviterò al mio paese a mangiare i fichi d’India”.

 

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